WhatsApp nel mirino di Londra dopo l’attentato a Westminister

I recenti attentati, ed in particolare l’ultimo manifestatosi a Londra, hanno risollevato non solo l’allerta per la minaccia terrorismo quanto anche le difficili relazioni che esistono tra privacy e tecnologia investendo in forma diretta alcune delle principali piattaforme globali.

E’ il caso di WhatsApp, stamane finita al centro dell’accusa da parte del Governo britannico, in quanto sfruttata dai terroristi per le proprie comunicazioni pre-attacco a causa della crittografia end-to-end attualmente più un vantaggio per i terroristi che per i team di sicurezza nazionale.

“WhatsApp fornisce un luogo sicuro ai terroristi dove poter comunicare tra loro”: l’accusa del Governo UK

Alcune delle parole più dure, a rappresentanza della fase d’insoddisfazione verso le tech companies, risultano quella del ministro britannico Amber Rudd che ha etichettato come “inaccettabile” l’impossibilità da parte del Governo di poter accedere ad informazioni di così tale rilevanza.

La ricostruzione dei fatti dell’attentato Westminister rivelerebbe, non a caso, l’utilizzo del servizio da parte di Khalid Masood prima di procedere all’attacco: che l’app di messaggistica istantanea sia stata rilevante nel condurre a termine l’attacco non è cosa certa, ciononostante neppure l’esclusione di quest’ultima ipotesi risulta possibile in assenza di dati concreti resi inaccessibili agli agenti di Scotland Yard.

La crittografia end-to-end al centro del dilemma: privilegiare la privacy a scapito della sicurezza nazionale sembra non essere più la risposta.

Non è il primo episodio nel quale un servizio di messaggistica viene utilizzato da attentatori per coordinare informazioni, locations ed attacchi e WhatsApp – dall’alto del suo dominio di mercato di settore – risulta essere una delle più sfruttate a tal proposito.

Soltanto nel 2015 l’app in controllo da parte di Facebook era finita al centro di un querelle legale in Brasile a causa del divieto d’accesso a determinate chats ritenute rilevante per la risoluzione di un caso interno, ed al contempo anche il governo francese aveva sottolineato la necessità di inserire eventuali backdoors: proprio da quest’ultimo, e quest’oggi rituonata dal governo britannico, era giunta l’accusa di un criterio di tutela privacy da parte delle tech companies tanto cieco nel proprio ideale da esser sfruttato chiaramente dalle cellule terroristiche per tutelare i propri attacchi.

Dettagli che stanno spingendo alla definizione di nuove imposizioni legislative per forzare la mano agli eccessivi protocolli di sicurezza, iniziando a spingere le compagnie come WhatsApp a rendersi conto di quanto – per certi versi – una buona parte di responsabilità in tali situazioni sia propria.