Touchscreen: la tecnologia del passato che ha cambiato le nostre abitudini

Nel corso degli anni l’interattività con i dispositivi elettronici è cresciuta in maniera vertiginosa grazie anche ad un offerta sempre più completa di oggetti dotati di schermi che possano garantire una comunicazione bidirezionale: i display touchscreen hanno rivoluzionato tanti settori, dagli elettrodomestici al mondo del lavoro. Ma come funzionano? E quali sviluppi abbiamo avuto? È una tecnologia che può permettere ancora progressi?

Nascita e scopo del touchscreen

Gli schermi tattili non solo offrono la possibilità di garantire una comunicazione totale con gli utenti, ma anche di contenere le dimensioni: periferiche come tastiere e mouse diventano così obsolete e superflue. Un esempio pratico sono i nostri smartphone: le tastiere fisiche sono scomparse completamente a vantaggio di quelle virtuali, che compaiono solamente quando dobbiamo inserire testi o comporre numeri.

L'HP 150 fu uno dei primi Personal Computer che introdusse la tecnologia touch screen già nel 1982.
L’HP 150 fu uno dei primi Personal Computer che introdusse la tecnologia touchscreen già nel 1983.

La nascita di questi schermi risale al 1965 grazie agli studi di E.A. Johnson nel Regno Unito, che riuscì a comandare un dispositivo tramite un display capacitivo: coprendo il vetro del display con un sottile strato di ossido metallico e applicandogli una leggera tensione ai 4 vertici, si riusciva a sfruttare la capacità dielettrica durante le pressioni delle dita sullo schermo.

Display capacitivo nel dettaglio: più polivalente ma al tempo stesso delicato .
Display capacitivo nel dettaglio: polivalente ma al tempo stesso delicato .

Successivamente, negli anni 70 venne scoperta la tecnologia resistiva che offriva una resistenza maggiore e costi di produzione più contenuti. Per costruirla non sono richieste altro che due pellicole sovrapposte e leggermente separate: una volta che su quella esterna viene esercitata una pressione, si ha il contatto con la pellicola sottostante andando a generare una tensione differente nel punto premuto, creando un partitore di tensione che consente di rilevare la posizione.

Dettaglio del funzionamento di uno schermo resistivo: al contatto delle due pellicole viene riconosciuto il punto di pressione.
Dettaglio del funzionamento di uno schermo resistivo: al contatto delle due pellicole viene riconosciuto il punto di pressione.

Schermi diversi per esigenze diverse

Anche se risultano meno robusti ad eventuali urti e/o impatti, gli schermi tattili dotati di tecnologia capacitiva oggi spopolano su dispositivi di consumo come smartphone e tablet, mentre i display resistivi trovano un maggior impiego in ambito professionale grazie alla loro elevata affidabilità e resistenza: le strumentazioni che possiamo vedere in tante sale operatorie ospedaliere sono dotate di questa tecnologia.

Una moderna sala operatoria: la quasi totalità degli schermi sono resistivi per ragioni di sicurezza ed affidabilità.
Una moderna sala operatoria: la quasi totalità degli display touchscreen sono resistivi per ragioni di sicurezza ed affidabilità.

Ma come mai sui nostri smartphone, soggetti ad un maggiore stress fisico e a cadute accidentali, viene utilizzata una tecnologia più delicata e costosa? Innanzi tutto è giusto puntualizzare che oggi gli schermi beneficiano dei grossi sviluppi tecnologici e sono diventati molto più robusti grazie ad innovazioni come i Gorilla Glass, le pellicole protettive e custodie appositamente studiate.

Proprio per i materiali con cui vengono assemblati (vetro e condensatori), gli schermi capacitivi hanno permesso l’introduzione del multitouch, ovvero la possibilità di riconoscere pressioni multiple sul display e associare determinate azioni. Anche se può sembrare una scoperta recente, questa tecnologia risale addirittura al 1982, quando venne costruito il primo prototipo in Canada.

Multi touch: quando l’evoluzione diventa basilare

I primi dispositivi mobili che resero fruibile questa tecnologia furono gli iPhone, poi seguiti dalla concorrenza e applicati su tablet e personal computer. Grazie allo sviluppo del reparto software, il multitouch permette di eseguire un’infinità di operazioni a seconda dell’ambito di utilizzo. Il classico pinch-in che eseguiamo normalmente sulle foto permette di eseguire uno zoom sulla zona in cui viene applicato, il pinch-out svolge il contrario.

Un'immagine ormai diventata consuetudine: le prime pagine dei giornali vengono presentate con schermi tattili.
Un’immagine ormai diventata consuetudine: le prime pagine dei giornali vengono presentate con schermi tattili.

Il multitouch è arrivato fino ad essere applicato a grossi monitor: basti pensare a come vengono presentate le prime pagine dei giornali in tv. Le stampe sono state sostituite da display di dimensioni televisive ( 40 o 50 pollici) sul quale un giornalista può eseguire zoom, evidenziare parti, cestinare anteprime o mettere a confronto due testate.

In futuro avremo nuovi schermi o nuove tecnologie?

Le ricerche e lo sviluppo sono tutt’ora basate prevalentemente sull’elettronica di consumo, quindi sui display capacitivi, non tanto sui materiali o il reparto hardware, ma lato software. Infatti, le idee più accattivanti e capaci di offrire qualcosa di innovativo arrivano proprio dagli sviluppatori. Negli ultimi periodi si fanno insistenti le voci riguardo la presenza del 3D/Force Touch all’interno del nuovo Android N.

3D Touch, tecnologia che riconosce la forza della pressione sul display.
3D Touch, tecnologia che riconosce la forza della pressione sul display.

Il Force Touch non è altro che un riconoscimento della pressione che viene esercitata sul display: in base alla forza con cui viene tappata un’icona o una precisa zona del display si possono avere differenti azioni. Attualmente in fase di sviluppo per Android stock, è una realtà ben collaudata per iPhone.

Queexo, piccola start-up proveniente dalla California, sta provando a farsi largo grazie ad una innovativa concezione di interpretare il multitouch. Esattamente un anno fa, introdusse la tecnologia del FingerSense sui dispositivi Huawei P8, P8Max e Honor 7, tramite la quale i dispositivi riconoscevano con quale strumento o parte della mano avveniva il contatto sul display, associando differenti azioni.

L’idea di Queexo risulta molto efficacie ed intuitiva oltre a permettere di velocizzare tante azioni che richiederebbero più tempo per essere eseguite. Il ritaglio di una foto o l’acquisizione di uno screenshot risultano più rapide con FingerSense, supportando anche le gesture. Da questa idea la start-up ha sviluppato TouchTools, una serie di strumenti che vengono resi disponibili in base alle azioni che si stanno svolgendo.

Con un software deditamente sviluppato che prende spunto dall’utilizzo quotidiano degli strumenti di utilizzo comune e analizzando l’operato dell’utente, TouchTools mette a disposizione tutto ciò che serve per poter completare le azioni senza perdite di tempo inutili. Supportando il multi-touch, a seconda di come vengono utilizzate le dita e i loro movimenti si avranno funzionalità differenti.

Conclusioni

Lo sviluppo hardware rimane sempre fondamentale per poter garantire maggiori performance, ma senza un supporto software adeguato tante funzioni non si potrebbero avere. L’idea di Queexo rimane sicuramente molto interessante e ricca di contenuti: cosa potrebbe accadere se si unissero i TouchTools ad uno specchio? Questo è solamente un esempio per poter comprendere quanto sia illimitato lo sviluppo e le possibilità che questa tecnologia così giovane può ancora offrire.