Google

Caro Google, ma cosa ci riserverai in futuro?

No, non si tratta di una letterina a “Babbo” Google seppur il titolo possa far sembrare ciò e in più casualmente manca circa un mese a Natale, ma, in una Domenica in cui le news tendono a scarseggiare, la materia grigia dimorante all’interno del mio cranio ha comunque deciso di attivarsi presto stamane per fornirvi alcune informazioni riguardo quello che il colosso di Mountain View e il suo figlioccio Android potrebbero offrire a tutti noi esseri umani nei prossimi, se non addirittura imminenti, anni.

Prima però, giusto quattro righe di storia: dopo aver proposto sul mercato, in via definitiva nel lontano 2008, il famoso robottino verde, Big G non si è fermata qui decidendo di andare avanti nello sviluppo del sistema operativo equipaggiandolo non solo su smartphone (rammentiamo che il primo è stato il vecchio HTC Dream) e tablet, ma, in tempi più recenti, anche su noti dispositivi come televisori, occhiali, orologi e quant’altro; ora, ricollegandomi finalmente all’intestazione dell’articolo, la domanda che mi (e vi) pongo è: “Cosa ci regalerà Google nelle annate a seguire?”

Le indiscrezioni e le certezze sono molte, infatti chi segue quotidianamente il mondo della tecnologia in generale lo sa meglio di me, tuttavia cerchiamo di fare il punto della situazione:

Partiamo subito forte parlando dell’idea dell’Internet of Things, Internet delle cose” in lingua nostrana, definito come “un neologismo riferito all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti.” (ringraziamo ancora una volta Wikipedia per la comprensibile delucidazione); tra chi ha optato di puntare su questo nuovo modo di vivere, perché in fondo è di questo che si tratta, spicca naturalmente l’azienda californiana con il suo Project Brillo (giuro che è una coincidenza il fatto che ieri fosse Sabato e molti di voi si saranno indubbiamente svegliati con i postumi stamattina), mediante il quale desidera dotare di un personale software, basato appunto su Android, dispositivi elettronici come frigoriferi, termostati, speaker e simili, in modo da poterli far connettere tutti alla medesima rete e farli quindi interagire con elementarità sia tra di loro sia con il nostro cellulare, il tutto per mezzo di uno strumento multipiattaforma appellato Weave.

Il concetto non è poi così complicato, e per comprenderlo è sufficiente dire che in un futuro non poi così tanto distante finiremo per risiedere in ambienti “intelligenti”, dotati dalla banale lampadina che si accende una volta spalancata la porta della stanza in cui si trova, al forno che tra le varie funzioni imposta automaticamente la temperatura richiesta dalla ricetta da noi stessi inviatagli (utile per le frettolose donne in carriera o per i poveri scapoli incapaci di cucinare un semplice uovo al tegamino); ma le applicazioni plausibili sono davvero numerose e potrebbero estendersi ben oltre le quattro mura di un’abitazione o di un ufficio: pensiamo ad esempio alle Android Auto (delle quali si parla già da tempo e la cui realizzazione sta notevolmente progredendo col trascorrere dei giorni) che, da quanto emerso, collaboreranno a stretto contatto con i nostri smartphone, per maggiori dettagli però mi permetto di rimandarvi al sito ufficiale.

In conclusione, con Project Brillo (un sistema molto leggero che richiederà specifiche minime come 32 MB di RAM e 128 MB di memoria interna) e Weave, Google ha invitato gli sviluppatori ad entrare nel suo circuito dell’Internet of Things col mero scopo di rendere tutto ciò che ci circonda più smart, ma subito il quesito sorge spontaneo: cosa ce ne facciamo, al momento, di una strumentazione intelligente se viviamo in un pianeta in cui parte di chi la controllerebbe ancora esita (un minimo va bene, non chiedo di più) a diventarlo? Qualora vi sia passato per la mente, la risposta al vostro dubbio è “no, non mi riferisco affatto a quanto accaduto tipo il giorno 13/11/2015, per nulla proprio”.